La scuola azienda

novembre 4, 2012 § Lascia un commento

  corrado mauceri

La 953 è una pessima legge che, se dovesse essere approvata anche al Senato, comporterebbe un vulnus profondo non solo ai principi costituzionali, ma a quell’idea di scuola per la piena cittadinanza che è la precondizione di una effettiva democrazia.

Dalla scuola della Costituzione per l’uguaglianza alla scuola dell’Aprea per la disuguaglianza.

La Camera dei Deputati ha approvato in Commissione in sede legislativa, con il voto dei rappresentanti di PD, PdL e Lega Nord, ed il voto contrario di IDV, la proposta di legge n. 953 ex Aprea che si caratterizza anzitutto perché segna il compimento di un percorso avviato dall’allora Ministro Berlinguer con la Legge di parità e con il DPR n. 275 del 1999 sulla cosiddetta autonomia scolastica, proseguito dal PdL con la proposta di legge Aprea, n. 593 e concluso con l’approvazione congiunta da parte dei rappresentanti del PD e PdL di un testo che sostanzialmente ha confermato la proposta iniziale.

È vero che il PD ha introdotto alcune modifiche, ma si tratta di modifiche formali perché l’impianto generale è rimasto quello dell’aziendalizzazione delle scuole, ideato dall’ex Ministro Berlinguer e condiviso da PdL.

Se si considera che si tratta di una legge ordinamentale che rappresenta un’idea complessiva di scuola, questa convergenza tra PD e PdL non può non destare una forte preoccupazione; significa difatti che, nonostante il fallimento dell’ideologia del “privato” sia sotto gli occhi di tutti, nel PD prevale ancora il principio liberista “meno Stato e più mercato” e cioè ognuno si fa la scuola che può.

 Due aspetti preliminari:

a) La proposta di legge è stata approvata in Commissione Cultura della Camera senza alcun reale confronto in Aula e soprattutto senza alcun dibattito nelle scuole.

b) In secondo luogo la proposta di legge che riguarda il governo della scuola e che prevede, in realtà al di là della conclamata autonomia, una forte aziendalizzazione delle scuole con un forte ridimensionamento degli spazi di democrazia scolastica, si colloca nel contesto più generale di una complessiva riorganizzazione della società in senso autoritario con conseguente riduzione degli spazi di democrazia e dei diritti sociali: le leggi sul lavoro imposte da questo Governo con il ricatto della crisi economica, i ripetuti tentativi di mettere mano sull’assetto istituzionale del Paese con il rafforzamento degli esecutivi, l’introduzione del fiscal compact, ecc. sono tutti aspetti specifici di una politica che ha un fondamento comune; riorganizzare la società con meno diritti sociali e più disuguaglianza e soprattutto meno democrazia.

Ciò premesso, gli aspetti principali della proposta di legge ex Aprea si possono così sintetizzare:

1) L’istruzione scolastica non è più una funzione istituzionale dello Stato.

La proposta di legge difatti prevede la deistituzionalizzazione del sistema scolastico e la sua trasformazione in un servizio nazionale, affidato alle singole aziende scuola, modulate secondo le diverse esigenze e soprattutto secondo le possibilità delle diverse realtà e, più esattamente, della “clientela”.

La Costituzione assegna l’istruzione scolastica allo Stato; la proposta di legge ad una pluralità di soggetti, che possono essere anche privati.

L’istruzione scolastica non ha più il compito primario della Repubblica che, istituendo “scuole statali per tutti gli ordini e gradi”, si propone di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono la partecipazione democratica (art. 3, 2 coma Cost.); le scuole diventano aziende che possono essere statali, ma anche private che erogano un servizio secondo le esigenze e le possibilità delle diverse realtà locali e sociali.

Dalla scuola della Repubblica si passa alle scuole aziende autonome e cioè da un sistema scolastico statale volto a realizzare il più possibile l’uguaglianza nell’istruzione, alle singole scuole autonome dallo Stato che si adeguano, consolidandole, alle disuguaglianze tra le diverse realtà sociali e territoriali.

2) Le scuole sono governate dal Dirigente scolastico.

Il Dirigente Scolastico diventa un vero e proprio manager con un ruolo preminente rispetto al ruolo subordinato e limitato degli organi collegiali. Nello stesso tempo in cui si rafforza l’autonomia aziendale delle scuole, coerentemente si rafforza l’organizzazione manageriale e privatistica di esse.

Nell’autonomia “introdotta” da Berlinguer era stata prevista la trasformazione del personale direttivo in dirigente scolastico con compiti manageriali, ma con la salvaguardia delle competenze degli organi collegiali del 1974. Nella proposta di legge è stata formalmente mantenuta la salvaguardia delle prerogative degli organi collegiali, ma tali prerogative sono state fortemente ridotte e spesso sono subordinate alla “proposta del dirigente scolastico”.

3) Scuola autonoma, ma subordinata e controllata dal Ministro.

L’aspetto autoritario non è limitato alla preminente posizione attribuita al Dirigente-manager perché si accentuano anche le forme di condizionamento da parte del Ministro; difatti non solo il Ministro ha il potere di definire gli indirizzi culturali della scuola con buona pace delle libertà di insegnamento e del pluralismo culturale, ma attraverso il sistema di valutazione, interno anche alle singole scuole, condiziona tutta l’attività didattica, vanificando in sostanza la stessa autonomia scolastica. Le scuole autonome potranno agire in base alle esigenze ed alle possibilità delle singole realtà territoriali e sociali, purché compatibili con le scelte ministeriali.

4) Ogni scuola fa da sé: scuole più ricche e scuole più povere.

Ovviamente in questo sistema parcellizzato di scuole-azienda non solo ogni scuola fa da sé, ma ogni scuola può incrementare le risorse finanziarie con il contributo (certamente non disinteressato dei privati) e finanche con la presenza di privati (in quanto erogatori di contributi) nel consiglio dell’autonomia.

La tanto conclamata autonomia è in tal modo condizionata non solo dal Ministro, ma anche dai privati esterni alla scuola.

5) Il governo territoriale della scuola affidato alle Regioni ed al Ministero con un ruolo evanescente e subalterno degli organi di democrazia scolastica.

Del tutto compatibile con questo modello aziendalistico controllato, a livello nazionale, dal Ministro è infine la riorganizzazione degli organi di governo territoriale e nazionale.

A livello territoriale è demandato alle Regioni la facoltà di istituire confusi ed evanescenti organismi consultivi, privi di alcun potere autonomo nel governo della scuola nel territorio.

Ancora più evanescente è il cd Consiglio Nazionale dell’autonomia con poteri consultivi rispetto al Ministro e cioè con il ruolo del tutto inutile che ha svolto finora il CNPI, organismo che dovrebbe essere rappresentativo della scuola, ma che per la sua inconsistenza nessuno conosce.

Peraltro la proposta di legge conferisce al Ministro una delega in bianco per definire nel modo che riterrà più opportuno con un proprio regolamento la composizione e le funzioni di questo Consiglio Nazionale dell’autonomia, che privo di reali poteri, dovrebbe, tra l’altro essere “organo di tutela della libertà di insegnamento”!

In conclusione una pessima legge che, se dovesse essere approvata anche al Senato, comporterebbe un vulnus profondo non solo ai principi costituzionali, ma a quell’idea di scuola per la piena cittadinanza che è la precondizione di una effettiva democrazia.

Si può fermare questa proposta? Si può e si deve. È però necessario che nelle scuole, ma anche nel Paese, si sviluppi una forte mobilitazione in difesa della scuola della Costituzione.

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